Una cosa fondamentale sul fertility day che si è persa fra le polemiche

Una cosa controcorrente sul fertilityday. La campagna (agghiacciante) del Ministero della Salute non aveva che fare (solo) con il calo demografico, con i nidi e l’assistenza alla prima infanzia (che mancano siamo d’accordo, citofonare Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali), con la sicurezza del lavoro e la tutela della maternità (idem come sopra), con la fecondazione artificiale (imho un diritto).

Ha a che fare con l’infertilità, una fra le cose più difficili da affrontare, di cui si parla poco e male, e chi ne soffre giustamente non ama esporsi. L’infertilità annovera veramente fra le cause il fatto che noi donne abbiamo maggiore fertilità a quindici-sedici anni, il 25% di possibilità di restare incinte intorno ai venticinque anni, e poi via a scendere fino a un 3-6% intorno ai quaranta, e che questa “timeline” mal si addice alla nostra organizzazione sociale, all’allungamento della vita, al fatto che noi quarantenni abbiamo energia e vita da vendere, voglia di cominciare nuovi progetti, quali anche quelli di programmare una gravidanza.

E sì, ha anche a che fare con lo stile di vita (oltre a varie patologie identificate, e cause invece ancora non del tutto chiare). Ho per lo meno il 50% delle mie amiche post-trentottenni che non hanno mai avuto figli e che ora ne vorrebbero, che lamentano il fatto che proprio non arrivano. Ed è un dramma. Non perché loro siano sfigate o io frequenti gente particolarmente strana: sono i numeri, e sono implacabili. Coppie con esami più o meno regolari (non è sempre bianco o nero) che mese dopo mese non riescono a concepire. Dolorosissimi e ripetuti aborti spontanei. Autocolpevolizzazione. Ne abbiamo parlato, in questi giorni. Tutte concordi che la campagna sia lesionista e autolesionista. Poi mi raccontavano che se avessero avuto possibilità di rifletterci, maggiori conoscenze prima…. lo avessero capito prima… ci avessero pensato prima…

Sulla propria fertilità si ha un’idea generica finché non serve, e gli anni fra i 25 e i 40 volano in un istante. Pensi di avere tempo, e arrivi al momento in cui non è più così. Perché tua madre ha avuto sette figli e restava incinta solo appendendo la camicia da notte vicino al pigiama di tuo padre, perché tuo padre diceva che l’importante per una donna è essere autonoma, affermata e autosufficiente e che per i figli c’è sempre tempo (per voi maschietti: per le donne no). Perché prima o smetto di fumare, se resto incinta. E l’infertilità colpisce sempre di più, e sempre duramente, ed è un problema di chi per chi ha scelto di sorvolare su nidi e incertezze, prova ripetutamente ad avere un figlio, e il figlio non arriva. E’ corretto e dovuto che ogni donna e uomo abbia la consapevolezza di sapere dove si origina l’infertilità, cosa si può fare per ridurre il rischio e come, e decidere di conseguenza per la propria vita.

Una campagna contro l’infertilità ha poco a che fare con la donna che in mancanza di lavoro sicuro o servizi decide di non avere un figlio (e ha ragione da vendere). Ha a che fare con l’educazione sessuale che non c’è; ha a che fare con il fatto che, per un tema sensibile e delicato su cui c’è disinformazione, arriva maldestramente una campagna “sparata” sui social cos’, senza un particolare target, col videogiochino con le tube di Falloppio che riduce concetti importanti e difficili a un messaggio semplicistico e fuorviante. Non aiuta la coppia infertile, non aiuta la società a inquadrarne le difficoltà.

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