Le parole per dirlo

Lavorando in uffici stampa e comunicazione, m’è capitato di partecipare attivamente a riunioni di più settori, dove -con o senza eventuali consulenti- si cercava di convincere gli altri della bontà di un progetto, di un aggiornamento, di una nuova attività.

Fa parte del gioco.

A volte durante questi incontri, e in particolar modo se gli eventuali consulenti erano presenti, si creava una sorta di familiarità fra ‘chi se ne intende’ e deve spiegare didascalicamente agli altri digiuni di tecniche di comunicazione e marketing. M’è capitato che questa familiarità di spingesse oltre, che sfociasse in un utilizzo eccessivo di termini tecnici,  settoriali, anglicismi. Noi capiamo, e voi no. Quindi silenzio, per favore. E magari, forse, ci rifugiamo dietro queste parole per nascondere un po’ di confusione e qualche risposta che non siamo in grado di dare.

Da queste esperienze ho maturato l’esigenza di trovare nuovi termini, concetti chiari che possano essere condivisi anche con i non esperti, e maturato un’antipatia verso l’importazione di una terminologia che se ha mille sfumature in lingua originale, capita che venga ripresa in Italia con un unico significato. Che nemmeno siamo in grado di tradurre.

Qualche giorno fa ho partecipato a una trasmissione radiofonica in cui ho parlato di Quintadicopertina, e mi sono stupita di sentirmi definire ‘galvanizzante’ il primo anno di lavoro, perché facevamo cose per cui non c’erano ancora parole corrette per essere definite. Ce le siamo inventate.

Con gli anni, un po’ per farci capire, molto per questioni di marketing, sicuramente per il moderatissimo impatto che abbiamo avuto, le nostre ‘polistorie’ sono diventate interactive ficion, abbiamo cominciato a usare termini quali enhanced ebook, adattarci a un vocabolario comune. Importato di sana pianta. E’ il progresso: è così che si va avanti e si consolida un percorso.

Ma non riesco a pensare, senza una buona dose di malinconia, che forse qualcosa lo abbiamo perso. Adottare un termine estero a piè pari non ci porta a riflettere su cosa stiamo aggiungendo di nuovo, quanta realtà modifichiamo, come personalizziamo (e italianizziamo) esperienze. E magari smettiamo di chiedercelo: c’è già ed ha già una sua definizione, cerchiamo di avvicinare il più possibile ciò che facciamo a questa definizione standard, magari rinunciando a peculiarità, e piccole grandi scoperte.

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