Che avrebbe fatto Carlotta la Pasionaria se suo padre avesse avuto un blog?

Fra il 2001 e il 2004 mio marito, Fabrizio Venerandi, ha tenuto una rubrica su una rivista di informatica, MacWorld, scrivendo racconti sulla vita quotidiana di un uomo e della sua famiglia alle prese con il mondo, l’informatica, e i computer Apple. I racconti erano parzialmente autobiografici, facevano parte di una serie titolata “Io e Cecilia” (il mio nome), e prendevano spunto da fatti realmente avvenuti, a noi o -meno spesso- ad altri, per allargare il discorso, con ironia e leggerezza, a tematiche più ampie.

Nel corso di quei tre anni sono accadute diverse cose, fatti che hanno avuto un impatto su sentimenti ed emozioni, a volte contrastanti, alternando la curiosità di vedere scene e riflessioni quotidiane finire su carta stampata, partecipando alla soddisfazione di Fabrizio per il discreto successo della sua rubrica, per passare poi alla sensazione di essere sbattute, senza veli, alla mercé del pubblico per vil denaro, a volte traviata, ingannata, falsificata, e arrivare infine alla richiesta di sostituire il mio nome con altro di fantasia.

Perché quella donna che Fabrizio descriveva nei suoi racconti non ero veramente io, ma un personaggio con cui condividevo caratteristiche più o meno marcate. La finzione del narratore avrebbe forse dovuto essere chiara a un lettore più o meno sgamato, ma la realtà è che la maggior parte del pubblico prendeva per assolutamente vero quello che leggeva. Amici che, qualche giorno dopo l’uscita del nuovo numero, mi chiamavano per chiedermi se e come avevamo risolto la discussione che aveva dato spunto al pezzo, nelle rarissime volte in cui si accennava al sesso, pruriginosi commenti sulle mie modalità di pormi, un lettore particolarmente inferocito che scriveva alla redazione di MacWorld lettere minatorie nei confronti di quella esasperante e rompipalle ‘Cecilia’. E’ nato un dialogo con Fabrizio che non è ancora terminato, che ha visto aggiungersi uno, due e ora tre interlocutori, in cui lo scrittore ha sempre rivendicato la sua libertà di espressione creativa contro i pregiudizi della gente, accettando comunque alcune richieste effettuate dai vari familiari (io leggo in anteprima ciò che scrive, il secondo figlio è raramente presente nei racconti e non autorizza a scrivere alcunché della sua vita personale (motivo per cui non parlerò nemmeno qui delle sue idee, e motivo per cui chi legge i racconti di Fabrizio ipotizza una chiara preferenza verso un figlio piuttosto che l’altro, o a ignorare l’esistenza del secondo), primogenito invece si diverte un mondo e partecipa attivamente alla vita creativa del padre, accettando il suo alter-ego quasi fraternamente.

 

Qualche anno dopo l’avventura di MacWorld, Fabrizio partecipava attivamente ad un gruppo di discussione di vegetariani. Qui, la finzione avrebbe potuto essere minore; ma si sa, un affabulatore resta tale anche nella vita reale (io sostengo che abbia delle serie difficoltà a distinguere la realtà dalla fantasia, e che per lui sia ormai un processo inconsapevole), e in rete ci si descrive sempre più letterariamente di quanto si sia dal vivo. Fatto sì è che, da vegetariano, ebbe l’ardire di discutere con alcuni animalisti che la presero a male, e cominciarono una serie di atti intimidatori contro la nostra famiglia, con telefonate notturne a noi e ai nostri parenti, minacce grazie al cielo mai realizzate. In quelle settimane però, io ho avuto paura: paura reale, che la finzione fosse arrivata a tal punto da incidere sul nostro modo di vita.

 

Da quei giorni ad oggi, la scrittura di Fabrizio si è riversata in diversi luoghi virtuali, ed è arrivata anche sui social network. E continua ad avere la sua cerchia di fan. Adesso però i racconti, magari postati sul profilo personale facebook di Fabrizio, pur continuando per lui a rappresentare un momento di affabulazione, di gioco narrativo e di finzione, sono presentati da un padre, lui stesso, che parla di una moglie e di un figlio a loro volta presenti sui social network. Parla di noi o no? Chi capirà che la fuffa e la finzione è talmente mescolata al reale da aver prodotto qualcosa di terzo da entrambi? Farà male alla reputazione, virtuale o reale, mia o di nostro figlio? Quali strumenti per tutelarci, e veramente abbiamo bisogno di una qualche tutela?

 

Primogenito qualche anno fa si aprì da solo un profilo su Friendfeed. Avendo una decina d’anni ed essendo ancora la sua attività on line sotto controllo, glie ne chiesi conto, ipotizzando di chiudere io stessa l’account. “Devo controllare cosa dice papà di me”, mi ha risposto sorridendo. Però era felice. Sa che il se stesso disegnato da suo padre corrisponde solo in parte a lui, ma vuole essere aggiornato su quello che fa, con l’affetto di un fratello maggiore. Fabrizio continua a rivendicare il suo diritto a scrivere, e a utilizzare eventi della sua vita (e quindi della nostra) per presentare concetti e idee che toccano la vita di tutti, in un filone narrativo a lui molto caro. E in casa continuiamo a parlarne. Io, con i miei dubbi e incertezze, Secondogenito col suo quasi assoluto diniego, Primogenito con la sua partecipazione, fierezza e ottimismo.

Anche lui ormai è presente in rete, dove si sta costruendo un’identità che definisco complementare a quella reale, con il suo modo di porsi, la sua saggezza e le sue gaffes. Tutela adeguatamente la sua privacy, effettua alcune scelte che non sono le mie (per esempio non usa il suo cognome, nemmeno su Facebook nonostante la normativa d’uso non lo consenta, ma dice che preferirebbe perdere l’account che dover esporsi a contatti che vuole tenere distanti), manifesta diverse ingenuità (frequenta forum di programmazione in lingua inglese dove probabilmente i partecipanti danno per scontata un’età maggiore di quella reale, e sta imparando la netiquette più per le rispostacce che riceve quando fa commenti fuori luogo che grazie alle indicazioni dei genitori).

 

Qualche giorno fa, qualcuno nella sua scuola ha postato delle fotografie di un suo professore su Whatsapp, ritoccandole. E’ stata fatta una riunione straordinaria, e la scuola ha deciso che nessuno verrà sospeso ma tutta la classe sarà obbligata a frequentare un corso pomeridiano di sicurezza in rete tenuto dalla Polizia Postale. Io mi sono messa le mani nei capelli, Fabrizio ha riso. Più che altro, perché così facendo la scuola ha deciso di affrontare l’effetto tralasciando completamente la causa, riducendo tutto alle presunte “responsabilità del web”. In realtà c’è un motivo per quello che è successo e del perché è accaduto a un insegnante in particolare piuttosto che a un altro. Non sto dicendo che il responsabile non vada punito o che la classe non sia da responsabilizzare su certi comportamenti; ma se io sgrido mia figlia duenne perché mette le dita nella corrente, cercherò di educarla al fatto che l’elettricità è pericolosa se no quella scarterà le prese per passare alle lampadine. Nello stesso modo in cui il professore in questione è oggetto di scherno in volantini e disegni distribuiti per tutto il quartiere.

 

Comunque, un corso di educazione al web tenuto dalla Polizia Postale aggiunge sicuramente molti argomenti alla nostra conversazione su rete, privacy e sicurezza. Presuntuosamente credo che i dialoghi portati avanti in questi anni siano stati più concreti, veritieri, saggi e approfonditi di mille articoli letti su figli, social network, sicurezza in rete e dintorni. Visto che, al contrario di Fabrizio, io non so affabulare ma solo descrivere, esplicitamente autorizzata dai soggetti in questione ho cominciato a raccogliere le conversazioni, le loro proposte, timori e certezze. Possibile che siano una bussola, per quando la duenne muoverà anche lei i primi passi in rete. Le riporterò qui settimanalmente, sperando anche in qualche consiglio utile dalla “saggezza della rete”.

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