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Uno nessuno centomila. Dell’apprendimento e della scuola, e della loro via non sempre comune

Da qualche mese a questa parte porto avanti nel tempo libero un viaggio personale nel mondo della scolastica elettronica incontrando alcuni docenti artefici (o più spesso vittime) di sperimentazioni digitali; per capire, toccare con mano a che serve e capire dove si sta andando, se mai ci fosse una meta condivisa. 

Così, nella periferia milanese, un docente di un istituto tecnico racconta che i tablet, sì, lo scorso anno li hanno avuti gratis da un’azienda privata, e per un anno hanno deciso di usare solo quelli ma che no, è stata una bella esperienza ma tornano indietro, ché ai ragazzi veniva il mal di testa, ed è parso studiassero di meno.

Altra insegnante, altra sperimentazione: liceo scientifico, mi mostra il tablet che si è diligentemente comprata quando per una supplenza presa all’ultimo minuto si è trovata in una classe dove si usano solo testi digitali, con DRM scuolabooks. Sconsolata, mi dice che si sente un’incapace e che non riesce a usarlo. Mi fa vedere quello che sta provando a fare: una sorta di mash-up estraendo alcuni punti dall’ebook di testo, per metterli assieme e preparare la prossima lezione. Mi sembra un’operazione intelligente, ma le spiego che non è lei a non poterlo fare, ma la tipologia di DRM sul testo non glie lo permette.

Conversazione con un’insegnante di una scuola primaria, vicina ai sessant’anni, parliamo d’altro. Cita i Decreti Delegati del ’73/74 e il Sessantotto, racconta che lei ci ha creduto e che ancora oggi nella sua metodologia di insegnamento si rifà a quei valori e principi di democrazia, inclusione. Alla scuola come mezzo di indirizzamento alla partecipazione democratica, con i suoi corollari pedagogico-educativi. Forse abbiamo sbagliato tutto, forse scelte non appropriate di allora hanno contribuito a distruggere la scuola. Sulla bacheca facebook di un amico docente, per me un punto di riferimento in quanto a pedagogia e didattica, leggo un commento provocante: perché obbligare a stare a scuola fino a sedici anni studenti che non hanno la minima intenzione di partecipare, con risultati negativi per loro e per la classe tutta?

All’idea che gli insegnanti possano diventare autori attivi dei loro libri di testo scrivendo o contribuendo alla stesura per la propria materia, l’obiezione più comune è che li vogliono far lavorare gratis, che allora li dovrebbero pagare per farlo, è un modo degli editori per far soldi sul lavoro altrui. Già oggi è difficile (questo è un pensiero mio) far confrontare e collaborare insegnanti diversi su programmi e metodologie di studio comuni, all’interno di una scuola dove non è opportuno mettere il naso nel lavoro altrui e dove difficilmente si sa che accade dietro la porta chiusa di una classe. Figurarsi a collaborare su un unico libro.

Al convegno del 9 Novembre a Pisa Scuola digitale uno nessuno centomila-Libri di testo e risorse digitali per la scuola italiana in Europa vado con curiosità e timore: timore della sicumera delle posizioni assolutiste e intransigenti di chi si sente in tasca la Verità assoluta, ma anche del rischio del deragliamento del dibattito su contrapposizioni terra-terra: come di chi, al solo parlare di digitale a scuola, si irrigidisce chiedendosi come si possa discutere di scuola digitale quanto il 70% degli istituti non hanno la certificazione antisismica. Temi anche importanti, ma che tendono a far dimenticare che il digitale nella scuola ci sta entrando, volenti o nolenti.

La sicumera in effetti c’è, fra tutti mi lascia senza parole l’intervento di Giorgio Riva, direttore generale RCS Education (ma anche consigliere gruppo educativo AIE), che certifica la propria esperienza con la precedente posizione di direttore generale Rcs Digital e con l’avvio dell’offerta digitale del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport. Riva mostra due slides, una classifica sulla rilevazione delle competenze degli studenti a 15 anni che vede l’Italia agli ultimi posti e la Finlandia (o la Norvegia, posso sbagliare) ai primi, e la presenza di connessione negli Istituti scolastici, dove le posizioni sono invariate e vedono la Finlandia (o Norvegia che sia) sempre in alto e l’Italia sempre in basso. Una personale interpretazione delle leggi di causa-effetto e l’affermazione, emessa a voce, che il libro di testo è ancora cartaceo nei paesi ai primi posti porta Riva a indicare che la discussione carta/digitale è effimera, i problemi sono ben altri. A questo punto potremmo tornare tutti a casa.

Qualunque cosa se ne dica, nella scolastica e sul digitale quattrini ne girano e ne gireranno ancor di più, pubblici e privati. In questo periodo di dieta forzata rappresentano una discreta portata paragonata ad altre del pranzo (l’editoria universitaria che come più volte ripetuto, è molto indietro, il digitale per consumer che cresce ma non si capisce di quanto e a favore di chi, il mondo del giornalismo e dell’informazione concentrato su altri problemi). Ed è normale che ‘nuovi operatori del digitale’ ed editori scolastici di vecchia data vogliano essere presenti. E che cerchino di affermare la propria idea di editoria. Fuori dalla Sala azzurra del Palazzo della Carovana alla Normale di Pisa, dove si tiene il convegno, sento qualcuno dire che ormai si elabora prima un progetto, a metà fra il tecnologico e l’editoriale, e gli si attribuisce a posteriori un supporto pedagogico-educativo. Analisi e realizzazione in modalità invertite: scomodiamo Celestine Freinet per affermare la bontà del libro auto-prodotto dagli insegnanti, ma non partiamo da Freinet (e da quanti dopo di lui hanno rielaborato il metodo cooperativo) per capire di che libri abbia bisogno la scuola.

In realtà la moderazione di Gino Roncaglia (ma anche il precedente intervento del Ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza) sembra aver compreso questi pericoli, compreso quello successivo dell’istituzione di un tavolo di lavoro dove contrapposizioni e interessi economici blocchino il processo di aggiornamento della scuola portando ad un ennesimo e logorante nulla di fatto. Per la scuola stessa, per gli insegnanti, per gli alunni e per le famiglie: fra le voci che sento fra il pubblico in sala va per la maggiore l’idea che la scuola italiana abbia già raggiunto uno stato di decomposizione talmente avanzata che gli interventi verranno effettuati su un corpo ormai cadavere.

I punti da affrontare, qualità-digitalizzazione-accessibilità-validazione dei contenuti-piattaforme aperte o meno-formazione docenti– vengono affrontati in maniera molto pragmatica; gli editori portano un progetto, costruito su una visione, e sono gli elementi di quel progetto e di quella visione confrontati fra loro e valutati dagli insegnanti che interessano veramente. Anche slegati dal nome di chi li sostiene. La Ministro Carrozza fa riferimento al ‘loop aperto‘ in cui viviamo, dove il fatto che i risultati di quanto adesso si attua si vedranno fra diversi anni porta un grande pericolo di sbagliare senza rendersene conto. E allora, ben vengano gli interventi di Roberto Maragliano e di Francesco Leonetti, rispettivamente Università di Roma tre e Università della Tuscia, che pongono a identificare paletti, obiettivi e medotologie prima di lanciarsi in percorsi a senso unico che un domani potrebbe essere difficile raddrizzare; utile (benché demotivante a permettersi il confronto fra i diversi sistemi educativi) la testimonianza registrata di Caroline Hummels, Eindhoven Technical University, sul designing for learning, peraltro legato al quadro delle esigenze pedagogico-educative accennato dallo stesso Roncaglia, e basilare per la costruzione di un sistema di diffusione del sapere per i prossimi decenni. Perché ci si ritrova qui, ora, a parlare di scuola digitale? A che pro l’informatizzazione della scuola, quando Dante e Manzoni, le divisioni a due cifre e le equazioni di secondo grado, il greco e la fisica molecolare sono state per anni insegnate adeguatamente nella scuola italiana che, in diversi momenti, è stata anche reputata una delle migliori? Perché parlare a insegnanti cinquantenni della ‘nuvola’ e di ambienti di apprendimento?

Perché alla base di tutto questo -ricorda Roncaglia- c’è un passaggio epocale: dove fino a ieri il libro di testo era l’unico strumento presso cui gli allievi potessero apprendere informazioni e notizie, e l’insegnante rappresentava il depositario e intermediario verso la conoscenza, oggi gli studenti hanno una molteplicità di luoghi dove apprendere nozioni, selezionare e confrontare notizie, elaborarsi più o meno inconsapevolmente percorsi di studio anche legati ai propri interessi.

Personalmente vedo con una buona dose d’ansia che il processo di apprendimento si sta sempre più smarcando dalla scuola, che non riesce a essere riconosciuta e rispettata da allievi e famiglie come luogo del sapere e della conoscenza per tutti.

Quella presunta e illusoria democraticità della rete che fa sembrare che strumenti e opportunità siano finalmente -veramente- alla portata di tutti, e contemporaneamente cresce la disuguaglianza fra chi sa come muoversi in questa informazione reticolare e chi no.

Se la scuola viene a mancare nel suo ruolo, come già sta facendo, il divario conoscitivo inizierà già tre le mura di casa, fra i figli di chi fornirà strumenti e opportunità di formazione digitale e chi si troverà a crescere in famiglie dove questa consapevolezza manca.

Il loop qui è anche un altro: la scuola degenera, ma per non degenerare ha bisogno della scuola. Dei ricercatori delle Università che facciano ricerche e analisi, progetti e modelli, possibilmente a lungo termine e senza la spada di Damocle di un contratto annuale o semestrale. Dei contributi delle facoltà di Scienze della Formazione e degli enti di ricerca pubblici. A chi il compito di studiare modelli e fare analisi, raccogliere dati, verificare esperienze estere? O si corre il rischio di lasciare la scuola in mano al commerciale dell’editoria.

5 thoughts on “Uno nessuno centomila. Dell’apprendimento e della scuola, e della loro via non sempre comune

  1. Ho fatto un dottorato di ricerca con aspettativa retribuita in quanto insegnante (costato allo stato circa 150.000 euro tra il mio stipendio e quello del supplente che mi ha supplito). La tesi a cui ho lavorato per 4 anni duramente aveva come tema il passaggio dal cartaceo al digitale nella scuola. Ne ho inviata anche una copia al Ministero. Credi che qualcuno mi abbia chiesto qualcosa? Che qualcuno l’abbia letta?

  2. Dall’ultima parte del tuo articolo mi pare di percepire un messaggio: la scuola ha perso autorità ed autorevolezza.
    Concordo col fatto che il digitale ha aperto la porta della formazione e dell’informazione (non sempre affidabile) a tutti quanti. Una volta per ottenere formazione ci si rivolgeva a manuali e libri, o si seguivano corsi. Ora se vuoi apprendere qualsiasi cosa puoi trovarla su Internet. Ma Internet in questo manca di affidabilità, trovi tutto ed il contrario di tutto.
    La scuola a mio giudizio non dovrebbe cercare di inseguire le tecnologie, ma insegnare a farne un corretto uso.

    Per quanto riguarda l’aspetto del rischio “commerciale”, sono pienamente d’accordo: il digitale a scuola non deve essere una imposizione, non è neppure una necessità. Obbligare l’adozione di un formato, di un tablet, di una piattaforma non apporta nessun beneficio alla didattica, ma solo grandi spese per la scuola e profitti per chi produce contenuti e hardware.

    Sembra che il digitale nella scuola sia un fine, e non un mezzo. Per me se ne può fare ancora tranquillamente a meno…

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