url

Amnistia e giustizia, la rivoluzione copernicana

Indulto sì/amnistia no, siamo alle solite. Le carceri che ciclicamente diventano emergenza, i toni che si fanno drammatici. Buonisti versus torturatori, gli argomenti che si susseguono… Si parla di tutto ciò che sta attorno, e si evita adeguatamente il nocciolo della questione. 

Servirebbe una rivoluzione copernicana, che sdoganasse ciò che è sotto gli occhi di tutti, capovolgesse il punto di vista costringendo a riflettere sulla vera questione. Chiarire, ad esempio, che il problema delle carceri non è il problema ‘dei detenuti’ (subito, certo, con agenti e altre categorie), quanto del funzionamento della giustizia.

Amnistia e/o indulto vengono proposti e ogni tanto realizzati non perché si pensi ai detenuti e alle loro condizioni di vita -questa è solo una conseguenza- ma perché il ‘sistema giustizia‘ italiano è miseramente fallito. Fallito in ottica aziendale, costi, tempi, organizzazione e benefici.

E dichiarare apertamente il fallimento (magari ragionando poi su come rimettere in piedi un sistema senza fallire nuovamente) sarebbe più impattante e doloroso di proporre qualche escamotage -per quanto malvisto dall’opinione pubblica,- per andare avanti di qualche anno.

E ci si ritrova a parlare di indulto o amnistia, e cercare di convincere i cittadini che non solo hanno un senso, ma sono dolorosamente necessari.

E si propone perché si è attenti alle istanze dei detenuti, mica perché la giustizia italiana è allo sfascio (cosa che riguarderebbe ogni italiano, detenuto o meno, e sarebbe ben più difficile da ammettere).

La azienda-carcere italiana vive sul filo del rasoio. La Corte Europea ha condannato l’Italia al risarcimento di sette detenuti reclusi nel carcere di Busto Arsizio, per trattamento inumano e degradante. Centomila euro per sette detenuti. Le cui condizioni sono le stesse di un altro buon 80% dei detenuti italiani. Ipotizziamo che tutti i detenuti nelle stesse condizioni facessero ricorso e ottenessero la stessa cifra. E’ questo che bisogna evitare.

E allora, via: sfoltiamo la popolazione con un indulto o un’amnistia e diminuiamo, per lo meno temporaneamente, il numero delle presenze in carcere.

Si potrebbe dire che se le carceri sono sovraffollate i detenuti sono aumentati, ed è quindi colpa della criminalità che cresce, non (solo) di un’organizzazione che non ha saputo affrontare la situazione.

In realtà, anche dietro queste affermazioni si stanno nascondendo diversi problemi del ‘sistema giustizia’.

Ad esempio, riconoscere il fatto che il sovraffollamento dipenda anche dal fatto che un terzo dei detenuti venga recluso per periodi inferiori ai 3 giorni, e poi rilasciato (peraltro, se un detenuto costa 140/200 euro al giorno allo Stato, nei primi giorni il costo sale perché si mette in moto un meccanismo per cui un detenuto, prima di essere portato nella cella definitiva, deve effettuare una visite mediche, psichiatriche, passare dalla matricola per la registrazione, etc).

Non è che dopo tre giorni i detenuti diventino più buoni, o vengano indultate e condonate pene, o qualcuno faccia pressione. E’ così che funziona la giustizia: il ‘fermo’ effettuato dalle forze dell’ordine deve essere convalidato da un magistrato, entro 5 giorni (erano 3 qualche anno fa). Finché il magistrato non convalida il fermo, il soggetto non è nemmeno arrestato. Nei film americani, ti passi una notte in questura, per ubriachezza, molestie, cavolate simili. Qui ti portano in carcere (non è l’unica possibilità, ma diciamo che è molto usata), un luogo fatto per contenere persone che, avendo commesso un reato, devono cominciare un lungo percorso che finirà con la scarcerazione. Un 30% di persone lo comincia, ma poi si ferma perché il magistrato (con i tempi della magistratura) reputa che non sia necessario procedere in questa maniera. E ci sono delle leggi, peraltro ben pensate, non si fa per buonismo o vittimismo. Buone leggi che prevederebbero anche la possibilità, per un buon 40% degli attuali detenuti, di scontare la pena o una parte di essa senza essere reclusi in un carcere, magari a fine pena, magari in un progetto di reinserimento (Costi/benefici: la reiterazione del reato da parte di un ex detenuto a seguito di misure alternative è meno della metà rispetto al detenuto che non ne ha usufruito. Ma non ci sono soldi per far funzionare i servizi.

Lasciamo poi perdere la prassi di stabilire che un comportamento o una situazione cui la giustizia non riesce a dare risposta, diventi da un giorno all’altro ‘reato’, comportando massicci ingressi di persone che fino a ieri non erano colpevoli di niente.

Due esempi sono la Giovanardi/fini e la Bossi Fini. Una legge incredibile, quest’ultima. In termini meramente economici: senza nemmeno affrontare la questione di quanto sia concettualmente valida per rispondere alle emergenze dell’immigrazione. Una legge drammatica, se vista con gli occhi del più strenue razzista anti-immigrati. Sei clandestino, in Italia senza permesso di soggiorno, e non sei accettato all’interno di questo Stato? Benissimo, ti arrestiamo. Potresti finire in un CIE, ma è anche possibile che venga rinchiuso in un carcere italiano, dove ti manteniamo. E il giorno in cui esci, ti arrestiamo di nuovo perché sei recidivo. Un loop che ben poco ha a che fare con la giustizia. E che peraltro produce un ‘pregiudicato’, quindi il giorno dopo sarà ancor più difficile per lui fare qualsiasi cosa qui, in altro Stato, o in Patria (anzi, potrebbe proprio non poterci più tornare, proprio perché arrestato).

E non è neanche responsabilità dei detenuti il fatto che un processo vada avanti per dieci anni, e che si stia in carcere (un altro 30% abbondante di detenuti) senza ancora essere stati giudicati, e quindi in una situazione galleggiante, senza essere inseriti in nessun (presunto) percorso di reinserimento, attività extra, etc, perché ancora non si sa bene se saranno da rieducare o meno. In cella a non far nulla.

Non è buonismo, è giustizia che non funziona. Così come non è buonismo che le nostre leggi prevedano dei percorsi di pene alternative alla detenzione, dei processi di reinserimento, di avviamento al lavoro, servizi sociali, arresti domiciliari. O che nelle carceri di bambini sotto i 3 anni non ce ne devono essere. Sono strumenti di gestione della giustizia banali per uno Stato moderno.

Queste sono cose che costano. Prima di tutto soldi, ed è per questo che quando arriva l’emergenza si cerca di mettere una pezza. Ma poi anche consenso, perché se si parlasse di fallimento della giustizia piuttosto che di emergenza carceri, si potrebbe capire che riguarda anche noi, e quelle miriadi di cause civili e penali pendenti che si tirano avanti con gran costi, da cui tutto possiamo aspettarci tranne che giustizia. Reputazione internazionale, perché l’Italia all’estero pare non essere in grado nemmeno di rispondere ai problemi dei furti di parmigiano al supermercato, ci mette sei anni di media per dare una risposta. Figuriamoci a reati più seri.

E poi anche costo sociale, di fatica di vivere dei cittadini, di senso di abbandono, di casualità e improvvidenza, di questo vedere uscire detenuti o bloccare processi non perché dietro ci sia una visione e un progetto (per carità, mi basta economico, non credo che lo stato sia in grado di proporre risposte per null’altro, figuriamoci la riabilitazione).

L’amnistia non si fa per i detenuti: si fa perché la giustizia è fallita e risposte non è in grado di darne.

One thought on “Amnistia e giustizia, la rivoluzione copernicana

  1. Mia madre, pochi giorni prima di Natale di circa 15 anni fa inciampò in una voragine nel marciapiede, voragine che era lì da mesi. Non la vide perché le solite corse dei giorni prima di Natale, la folla in strada. Cadde, fu portata in ospedale e le ingessarono il braccio. Facemmo causa al comune. Il giorno dopo rattopparono il buco. La causa è durata 10 anni ed è stata persa. Quale speranza c’è che le cose possano davvero volgere al meglio? Spesso non sappiamo nemmeno a chi rivolgerci per sentirci tutelati. E quando lo sappiamo ci passa la voglia di farci valere perché sai che intraprenderai una causa di 10 anni che perderai perché sei un cittadino comune e non hai conoscenze. Come l’emergenza rifiuti a Napoli dopo aumentarono del 60% la tassa sui rifiuti eliminando totalmente il servizio di raccolta della spazzatura. Facemmo causa al comune e ignorarono completamente la nostra azione legale, mandandoci a casa quanto non avevamo pagato con la mora. Oramai non c’è davvero più alcuna giustizia.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...