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Dieci anni di Creative Commons, e l’editoria che fa?

Dieci anni fa nascevano le prime licenze Creative Commons -presentate da un pool di esperti in diritto informatico e proprietà intellettuale- con lo scopo di adattare il diritto di autore a nuove esigenze creative e rendere l’accesso ai contenuti intellettuali in rete più semplice e meno costoso. Alla base delle CC, la necessità di sostenere la libera circolazione della informazioni e della cultura e tutelando il diritto d’autore e il lavoro intellettuale.  

Alcuni non ci credono: maliziosamente, retoricamente o poco sinceramente ribattono che queste licenze non tutelano il diritto d’autore, aprendo invece a un far west dell’illegalità. Ma, a ben vedere, le CC nascono proprio per proteggere il diritto di chi scrive là dove il copyright non è riuscito ad arrivare. O, se ci è arrivato, ci è arrivato male.creative-commons-license-types-pros-cons

Le CC possono essere stipulate direttamente fra chi scrive e chi legge, senza alcun bisogno di intermediari (e forse è questo che infastidisce alcuni). L’autore ha la possibilità di specificare cosa possa o non possa essere fatto con la sua opera, scegliendo fra una gamma di (sei) licenze differenti l’una dall’altra. Può mantenere alcuni diritti e contemporaneamente garantire l’utilizzo per determinati scopi e a specifiche condizioni.
Nell’era del web infatti è il copyright (letteralmente, diritto di copia, ovvero diritto del lettore, dell’acquirente a ‘possedere’ una copia di un certo testo) a mostrare rigidità normative sempre più imbarazzanti. Proprio a partire dal concetto di “possesso”: se io apro due pagine web con lo stesso testo in copyright sto contravvenendo la legge, visto che di copie in quel momento ne ho due? E una volta che ho acquisito il ‘diritto a possederne una’, in che maniera si applica questo mio ‘possesso’? Cosa è “mio” di un’opera digitale acquistata con copyright? Posso abbracciarla, annusarla (e tutte le altre cose perverse che vi possono venire in mente)? E se questa tua opera io la cito, la utilizzo come fonte, la racconto, riduco, stralcio, stravolgo, riscrivo, la strappo e la metto a stendere con i panni, ti sto facendo uno sgarbo o una cortesia?

Il copyright ha forti limiti, che tendiamo a non riconoscere grazie alla nostra abitudine e forza di sopportazione. In Italia, parte abbastanza lontano: la Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio è normata da una legge, la 633, promulgata nel 1941, in un clima sereno e pronto alla tutela della libertà di parola e alla diffusione delle informazioni. Ma certo, non lamentiamoci, è stata aggiornata diverse volte nel corso dei decenni con svariati risultati e con grande coerenza. Sapete, ad esempio, che potete fare una “copia di sicurezza” digitale di un vostro compact disc musicale, ma non potete fare la scansione digitale nemmeno di una sola pagina di un libro?
Perché?
Perché sì.

E in editoria che succede?
Come per tutte le cose, sarebbe facile dire che le CC non le usa nessuno, ma sarebbe un giudizio superficiale. Pensiamo che nessuna le utilizza solo perché non le vediamo, ma in realtà sono diverse le case editrici (prevalentemente piccole, fortemente indipendenti) che usano queste licenze per pubblicare i propri testi.

Masochisti? Per nulla, e molto attenti al portafogli.

I libri in CC possono essere venduti tanto quanto gli altri. Sono estremamente utili per diffondere contenuti, portando a citare la fonte e quindi promuovendo le opere. A volte viene permesso di modificare ed effettuare interventi sui testi, sempre previa citazione. Questo permette di mostrare a un numero più ampio di persone il proprio lavoro e di arrivare dove altrimenti non si sarebbe potuti arrivare. Un post in CC può essere ripreso, integrato, inserito in un quadro di discussione a più ampio respiro, partecipando ad un dibattito dal quale, altrimenti, sarebbe stato escluso.

Juan Carlos de Martin, responsabile italiano del progetto CC, in un’intervista a Wired del 2010 attribuiva lo scarso utilizzo delle licenze CC nel mondo editoriale a una mancanza di strategia e a pigrizia mentale. “Le licenze sono diverse, spiegano quello che non si può fare con i pezzi, tutto il resto è consentito. Rispetto al web, fa chiarezza”. Anche questa cosa che ho appena fatto: citare una frase contenuta in un’intervista offrendo ai lettori la possibilità di leggere il pezzo originale su Wired è possibile grazie alle CC, non alla tecnologia.

Rispetto all’editoria digitale, l’utilità è ancora maggiore. Non è certo un copyright (o un DRM) a impedire la diffusione illegale dei testi. Invece le CC permettono a quanti vogliano servirsi di un testo di comprendere chiaramente in quale maniera e con quali finalità è possibile farlo.

Il progetto di Ping the world ha prevalentemente testi in creative Commons. Testi contenenti testi che contengono testi che sono stati diffusi in rete. Idee che hanno fornito ad altri spunti per rielaborare altri contenuti, che revisionati e riadattati sono diventati libro. Con il beneplacito di tutta la filiera di autori che, ognuno per la propria parte, ha deciso di mettersi a disposizione per una diffusione maggiore delle informazioni, ognuno avendo ben presente il proprio ricavo personale e l’arricchimento collettivo.

Appunto: tutelare tutta la filiera. Al di là di quelli di Aldo Busi, tutti sanno che un testo è frutto di un lavoro editoriale in cui operano diverse figure.

E quando la struttura della casa editrice crolla, quando gli editor sono esterni, non hanno più stipendio, quando gli autori pubblicano da soli, quando richiedono interventi in prima persona, quando molti lavoratori mettono tempo, fatica e ingegno perché al lettore arrivi un testo finito, curato, infiocchettato ed amato, pronto a essere letto… bé, a quel punto perché non pensare che al lettore le licenze CC potrebbero raccontare questo lavoro “nascosto”, per tutelare e far valere i diritti di tutti i lavoratori dell’editoria. In chiaro.

Nel decennale della nascita delle CC, io ci sto pensando.

3 thoughts on “Dieci anni di Creative Commons, e l’editoria che fa?

  1. Se posso permettermi un commento un po’ da giurista pedante e precisino… è abbastanza improprio parlare delle licenze Creative Commons come uno strumento di tutela del diritto d’autore. La frase “le CC nascono proprio per proteggere il diritto di chi scrive là dove il copyright non è riuscito ad arrivare” non ha molto senso… e addirittura è foriera di equivoci giuridicamente sostanziali.
    Qui c’è spiegato perchè: http://aliprandi.blogspot.it/2012/12/le-licenze-non-tutelano.html
    Un caro saluto.

    1. Grazie per la tua precisazione, effettivamente ho espresso male il concetto. Se dicessi che è la legge a tutelare il diritto di autore mentre CC e C sono due modalità di regolamentarne l’utilizzo sarebbe corretto? Questo era in realtà il mio pensiero, e per questo dicevo che il Copyright non può regolamentare il diritto d’autore in diverse nuove occasioni.

  2. Ciao Maria, dal tenore complessivo dell’articolo e da questo tuo ultimo commento si comprendono meglio le tue intenzioni. Il collega ha fatto benissimo a precisare ed ha molta esperienza in campo. Io stessa mi sono giovata di alcune letture sull’argomento proprio attraverso l’avv. Aliprandi. La legge tutela le opere, quelle che posseggono un requisito minimo di originalità, l’uso che il creatore (o la creatrice) delle opere vuol farne è tutto nelle sue mani. Ed in questo specifico segmento della vita delle opere che possono inserirsi tutti i discorsi sulla distribuzione, commercializzazione eccetera. Ognun* farà le sue valutazioni a seconda del proprio caso. Per quello che mi riguarda, sia nell’editoria che nel campo discografico trovo che questo nuovo approccio sia utile.

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