A rebours – Quintadicopertina e un aggiustamento di rotta

Tutti sono pronti a dare consigli agli editori digitali, ma all’atto pratico non è così banale determinare strategie in grado di assicurare la sopravvivenza di un editore digitale, concretizzandole in un progetto di sostenibilità. Un conto è lanciare una startup sperando di essere acquisiti nei primi tre quattro anni di vita, magari utilizzando un sostanzioso prestito iniziale, un conto è pensare di costruire una casa editrice che viva sul proprio progetto indipendente. 

Fra i leit-motiv di questo afoso luglio spiccano l’abbassamento della soglia di pubblicazione grazie all’abbattimento dei costi del digitale, e il dibattito sulle opportunità del self publishing. L’editore, sempre più ‘piattaforma di servizi’, come fa figo dire, che ‘produttore di beni culturali’ come si diceva un tempo, si aggiorna e offre l’opportunità di pubblicare, non a pagamento e magari anche guadagnandoci un pochino, a una schiera di autori sempre più ampia. Il giochino sembrerebbe facile.

Personalmente le idee me le sono chiarite assieme a Mauro Sandrini del Self publishing Lab.

Mauro pubblicò da solo il suo libro, ed io guardandolo sinceramente in faccia gli dissi che aveva fatto bene, e che se mi avesse chiesto di pubblicarlo (cosa che non ha fatto), Quintadicopertina non avrebbe avuto alcun valore da aggiungere al suo lavoro.

Il servizio che Quintadicopertina offre -vorrebbe offrire- ai suoi autori è quello di una promozione personale, inquadrando un singolo testo in un progetto di comunicazione, sostenendolo nel tempo e attraverso le mutazioni del mercato. Il rapporto che l’editore ha con i testi che pubblica è un rapporto che va oltre quello della distribuzione.

Ha più a che fare con le coccole.

In questi ultimi mesi, ad esempio, i miei autori non li ho coccolati adeguatamente.

Penso all’opportunità che ho avuto di lavorare con Sara Dellabella per “L’altra faccia della Calabria, viaggio nelle navi dei veleni”, o con Paolo Salom su “Fukushima e lo tsunami delle anime. Come vivono i giapponesi a un anno dal disastro”. Penso ai progetti di Ping The World, con l’ultimo “White Arrogance. Cosa pensano gli africani di quel che i bianchi dicono di loro”, all’abbonamento all’autore.

Nessuno di questi testi è stato messo a catalogo pensando che potesse essere una novità per qualche mese, con costi ridotti. Sono testi che hanno progetti alle spalle. Progetti che escono dalle pagine dei loro autori e si fanno azioni culturali: in rete, sul territorio, nelle biblioteche, nelle scuole.

Sono progetti faticosi, che mettiamo in agenda decidendo di crederci per almeno un paio d’anni.

La pubblicazione, qualche passaggio in radio o la presenza su alcuni giornali, le attività sui social network o un paio di interviste non rappresentano un servizio soddisfacente e completo per promozionare un testo. Può fare sorridere parlare di “anni” in un comparto come quello digitale, in cui di mese in mese cambiano prospettive e tecnologie. Ma un editore non vende file, produce narrazioni. E le storie, i racconti, le idee hanno tutto il tempo che vogliono.

I servizi agli autori sono una cosa seria e impegnativa.

In conclusione.

Il prossimo semestre pubblicheremo pochi titoli, scelti con cura e che ci richiederanno un attento lavoro di progettazione. Avremo più rispetto per il lavoro di chi scrive e per il tempo di chi legge, ci impegneremo a ragionare fattivamente e praticamente su quali servizi l’editore possa veramente offrire a uno scrittore, sosterremo pubblicamente una discussione sull’efficacia e sulla resa. Continueremo a lavorare molto sul libro, ma su meno libri, e tantissimo su tutto ciò che c’è attorno a un libro.

Perché nel momento in cui si pubblica un ebook, è come se si fosse appena cominciato a scriverlo.

One thought on “A rebours – Quintadicopertina e un aggiustamento di rotta

  1. Concordo con te con l’importanza della cura “post-pubblicazione”, però credo che sia giusto distinguere sia i settori in cui si opera sia il potenziale malinteso che si cela nel self-publishing. Il settore dei libri di testo è esemplificativo di entrambi gli elementi. L’esperienza che ho fatto in questi ultimi due anni della curatela di testi scritti da docenti è stata molto impegnativa perché, avere qualcosa da dire, non implica automaticamente il saperlo scrivere. E poi quest’ultima moda de “i libri ce li facciamo da noi”, avallata anche da eminenti esponenti ministeriali, sembra autorizzare molti docenti a bypassare tutte le regole relative a copyright vario ed eventuale “perché tanto su Internet c’è tutto”. Che sia chiaro: questo non è certo motivo per giustificare i ricicli e gli scarti dei libri di testo degli editori “con la E maiuscola”, però – in questo frangente storico e culturale – è un rischio di ulteriore deriva del sistema scolastico. Personalmente, conosco ben pochi docenti in grado di essere anche autori. Del resto, io sono dell’idea che se i docenti ricominciassero a fare i docenti e usassero i libri “veri”, di libri di testo non ce ne sarebbe bisogno…
    Lasciando da parte l’argomento scuola, però, credo che i tempi di un testo digitale siano altri dai contenuti generici della Rete. Dunque… quoto il paio di anni di cura🙂

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...