Genova non è finita

Genova 20 luglio 2001, assunzione di responsabilità, essere madre

Ventisei anni e un figlio nuovo di zecca: il mio primo cucciolo, quarantaquattro giorni di vita.

Il 20 luglio e le prime assunzioni di responsabilità: ‘sei una madre ora’, la precedente affermazione viene da fabrizio, ‘sei una madre e al G8 non ci vai, figuriamoci se con mio figlio di 44 giorni’.

Dal giorno prima del G8 mio figlio ha preso a dormire 12 ore filate per notte; dalle otto alle otto, neanche il pediatra ci credeva.

Ventisei anni senza un figlio e al G8 ci vai in prima linea, ventisei anni con un figlio e ti ritrovi in un mare di dubbi. Ragionare da madre non viene da un giorno all’altro. 

La mia personale idea di responsabilità verso le cose in cui credo.

Sono una cittadina che partecipa a una manifestazione. Non valicherò la zona rossa, andrò in piazza Manin (per intenderci: quella dove si radunano i movimenti cattolici, rete Lilliput, Comunità di San Benedetto al Porto, AGESCI e compagnia bella) con il mio cucciolo di 44 giorni perché -assunzione di responsabilità- credo che il mio Stato difenda e garantisca i diritti dei cittadini che manifestano pacificamente.

E’ andata a finire che alla manifestazione non ci sono andata, non lo abbiamo nemmeno deciso che eravamo lì e aspettavamo di scendere, dall’Ostaia de Barache, dal Righi, ho visto i fumi su circonvallamonte  e un fichetto elegante che ci veniva incontro e ci diceva che ‘i black bloc mettono a ferro e fuoco la città, fino all’Evangelico’. Ma chi? Gli scout? Le ragazzine di Comunione e Liberazione che salgono terrorizzate da valle con i crocefissi sui seni?

La mia amica incinta racconta che da Manin quando sono stati caricati lungo via Assarotti, l’ha salvata Maurizio Maggiani suonando un citofono e facendosi accogliere nel portone.

‘Assunzione di responsabilità’ forse vuol dire essere consapevoli che lo Stato carica le donne incinte, e lo avrebbe fatto con le madri di cuccioli di quarantaquattro giorni, aveva ragione fabrizio. E carica gli scrittori, anche.

Del G8,  mi ricordo vividamente i giorni prima.

Grandi contraddizioni.

Sono i giorni in cui ai genovesi viene caldamente consigliato di andarsene fuori casa per qualche giorno. Ho un bambino di dieci, trenta, quarantadue giorni. Questa è la nostra città. A fabrizio, ufficio a nove chilometri dalla zona rossa, danno cinque giorni di astensione obbligatoria dal lavoro.

Andatevene, per favore.

Mia madre abita dentro la zona rossa.

Ha il permesso per entrare e uscire, e navette predisposte a portarla da fuori a dentro. Una ex professoressa di italiano e latino, in pensione. Assunzione di responsabilità anche per lei: non me ne vado in vacanza, la mia casa non la lascio. E’ la sua città: non può abbandonarla (forse c’è anche un po’ di curiosità…).

La vado a trovare con il cucciolo, 18 luglio 2001, 41 giorni di vita, già ci sono i varchi, quelli che sulle prime avevano messo alla rovescia.

La carrozzina non passa per le strette porte di ferro, per realizzarle hanno bucato palazzi secenteschi, responsabilità.

Chiedo aiuto all’Esercito. Per girare nel centro della mia città, devo prendere in braccio mio figlio dalla carrozzina, chiuderla, farla passare per il varco, riaprirla, re-introdurci l’infante dentro. E’ una carrozzina che mi hanno regalato: non è nuova, è molto complessa. Per chiuderla devo staccarla in due parti. Un braccio tiene il figlio, l’altro un pezzo della carrozzina. Per terra il secondo pezzo e i sacchi della spesa. Un gradino di ferro di 40 centimetri. L’ ‘Esercito’ non mi vuole aiutare: ‘signora, se ne deve andare. Ogni genovese che resta è un possibile nemico. Lei qui non è la benvenuta’.

Contraddizioni.

Qualche settimana prima in San Lorenzo avevamo partecipato a un incontro di preparazione per il G8. Resistenza attivo/passiva, caschi in testa, uno oltre la zona rossa, viso coperto. ‘Ma ci siamo compagni?!’ Responsabilità? Guerriglia urbana?

Antipatici e contrari, abbiamo discusso. Non eravamo mica tutti d’accordo.

Discussioni con molti. Dovevo esserci: viso scoperto e testa alta. Astio, litigate. Poi non ci si parla più.  Non mi viene per nulla facile spiegare questa cosa, le divisioni. Mi verrebbe facile dire che non ero lì perché avevo un figlio, solo per quello. Quello ho letto e leggo sui giornali descrive ben poco il movimento di quei giorni, speranze e le contraddizioni.

La Diaz poi ha rappresentato l’esplosione della verità. La Diaz per me è la volontaria della Croce Bianca, la babysitter, che con il G8 non ci voleva avere nulla a che fare, con le lacrime agli occhi, che non si capacita dei corpi che trasportava in ospedale, colpiti dalla violenza di Stato.

Dopo la Diaz l’unico modo per credere nella responsabilità era la denuncia, l’incriminazione e il giudizio dei responsabili, l’unico modo per riacquistare un minimo d fiducia nello Stato.

Quarant’anni adesso non ce li ho ancora, ma ci sto andando veloce.

Mi sento come se da quel giorno abbia perso il diritto a partecipare una manifestazione, non me lo hanno più restituito.

Aldo Capitini, Danilo Dolci, don Primo Mazzolari, Giuliano Pontara… Le basi della mia partecipazione, delle mie responsabilità.

Lasciarli a casa, i figli. Spiegare al primo, ormai undicenne, che lo Stato non lo protegge e quindi lui non viene.

Ora ne ho tre, li guardo e troppo spesso penso che siamo carne da macero. Responsabilità e contraddizioni. La certezza è che la contraddizione non è stata la nostra: è tutta dello Stato. Ieri le condanne per i manifestanti, la Diaz resta una ferita aperta. Una contraddizione insanabile che provoca opposizione,  paura. Poca fiducia nello Stato.

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