[Comunicazione sociale] Carcere googlato, carcere narrato

I primi di aprile ho partecipato nel carcere di Padova all’incontro annuale della Federazione Informazione dal Carcere organizzato da Ristretti Orizzonti, il giornale (e portale) più completo e puntuale di news sullo stato del sistema penitenziario in Italia visto dall’interno.
E’ una parte di vita di cui difficilmente parlo in rete; dopo 15 anni di comunicazione sociale, fuori e dentro il web, sento già forte la contrapposizione tra lo sforzo di raccontare realtà difficili e la rappresentazione virtuale che ne esce; figuriamoci ‘mettere in rete’ il carcere, luogo perverso e misconosciuto, che con le semplificazioni del web non ha nulla a che fare (salvo, semmai, subirle).
Senza contare che poi, se lo frequenti, vieni inevitabilmente catturato da quell’ingranaggio che ti fa pesare ogni parola: che se la dici sbagliata, o la dici male o la dici giusta nel momento sbagliato, o la dici giusta nel momento giusto ma la legge la persona sbagliata, può sempre essere che quel permessino gentilmente concesso per entrare ti venga subitaneamente revocato.

Dicevo del web: come raccontava una ragazza dell’OPG di Reggio Emilia, nell’era della trasparenza, di Wikileaks, dei dati pubblici e dell’informazione che non si può nascondere, è impossibile o estremamente difficile venire a sapere dati sul carcere che dovrebbero essere pubblici e disponibili soprattutto per chi vi lavora, mentre basta googlare il nome di un detenuto per conoscerne vita miracoli e condotta (foto, nomi dei famigliari, reato, indirizzo, lavoro, religione, nazionalità…) e sapere cose che non solo dovrebbero essere coperte da privacy ma che tu che entri in carcere non avresti il diritto di sapere. Questa non è trasparenza, non è informazione, non è sensibilizzazione. E’ curiosità pruriginosa, e piace tanto alla rete.

Quella curiosa pruriginosità che fa più danni dell’ignoranza, e che abbinata ad un meccanismo di semplificazione del messaggio e di coinvolgimento attraverso la sfera emotiva porta a una rappresentazione spettacolarizzata che provoca piacere al lettore/ascoltatore e riduce la possibilità di trasmettere e diffondere informazioni corrette.

Un esempio pratico? Quasi tutti i partecipanti all’incontro erano estremamente critici verso le ultime trasmissioni televisive quali quella di Lucarelli su Rai3 o l’ultima sugli OPG di Presa Diretta, che pure hanno permesso di aprire in TV una finestra sul carcere. Il motivo? Gli estremismi e le tecniche di narrazione: si fa vedere Solliciano come carcere dove tutto va male, e si va vedere Bollate per la struttura ‘fiore all’occhiello’. A parte il vuoto sulla fascia intermedia, non si capisce nemmeno bene se per risolvere i problemi del sistema penitenziario italiano basti trasformare tutti i Solliciano in tanti Bollate, o se anche quest’ultimo cerchi di adottare le soluzioni migliori e trovare i percorsi più efficaci quando è il percorso della giustizia a non aver nulla a che fare con l’efficienza.
Su quella degli OPG (personalmente non la ho vista) mi segnalavano l’utilizzo di immagini ad alto impatto emotivo, ripetute nel montaggio, di volti, persone e situazioni che possono ben dimostrare come in un carcere giudiziario si soffra e si possa essere abbandonati senza spingere il ragionamento un po’ più in là.

Forte impatto a basso contenuto: e se Bruno Vespa ci spiega che l’autore di un delitto efferato vede ridursi automaticamente la sua pena del 50%, sommando tutti i benefici di legge ma senza accennare al fatto che alcuni sono alternativi ad altri, e che molti sono concessi a meno del 2% della popolazione detenuta, la semplificazione diventa una realtà incontrovertibile che fa paura, andando ancora a toccare corde emozionali.

E dunque?
(/segue)

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