‘L’arte delle donne’

Il colpo di grazia me lo dà Niccolò: il figlio colto e appassionato, speranza e Sol dell’Avvenire, che a cinque anni ha rifiutato gli albi illustrati comprati dopo l’ennesimo seminario su bimbi e lettura esclamando “Ma questi son libri per mamme! Ci trattano da scemi, servono solo per far felici voi grandi”, e cresciuto a mostre, cataloghi d’arte, letture condivise su attualità e libero accesso alle sezioni per adulti delle biblioteche.
Il novenne sfoglia sul divano Alfabeta2, e mi chiede cosa siano queste ‘Arti delle donne’. Gli domando se secondo lui esistono ‘arti’ -occupazioni- in cui le donne eccellono e lui mi risponde ‘Certamente: le donne son più brave degli uomini a tessere la tela, cucire i vestiti. Io di donne artiste non ne conosco‘.
Capisco che è meglio fermarsi, alle sette e mezza di mattina non sono padrona delle mie reazioni.

Potrebbero essere solo piccoli equivoci senza importanza, ma unendo i puntini assieme il disegno che emerge non pare casuale.
Come la giornalista che mi chiama per un’intervista su Quintadicopertina, mi trova libera e disponibile ma subito mi dice ‘Forse non ha capito signorina, non voglio parlare con un’impiegata lei mi deve mettere in contatto con il suo Capo‘ e non ha detto superiore: aveva proprio bisogno di un uomo.

Come mia madre, che rifiutando apertamente una conversazione in proposito, cerca in rete ‘ebook Fabrizio Venerandi‘ per capire cosa sia Quinta, finendo con l’iscriversi al forum della Simplicissimus e registrarsi al sito di Bol.it, senza avere un’idea di cosa ‘suo genero‘ stia combinando questa volta.

O il giornalista che mi chiama perché vuole me, perché per par condicio si son resi conto che parlano troppo di uomini e necessitano di una donna -qualunque ruolo abbia- per pareggiare i conti.

L’amica progressista mi dice che ho torto perchè ‘uso la mia femminilità nel modo sbagliato‘: curo poco corpo e aspetto, come se la conquista delle donne negli ultimi trent’anni fosse aver guadagnato l’ora fra le sette e le otto per truccarsi in bagno piuttosto che fare lavatrici, si paga in nero nove euro l’ora la colf sudamericana (donna).
In compenso -prosegue- parlo apertamente di aborto, figli e incombenze domestiche e insisto fastidiosamente nell’enumerare conti e spese quotidiane.

E’ un brutto neo nella rappresentazione di me stessa, una falla profonda del mio marketing personale. Non mi dovrei permettere di dire che a perdere un figlio al quarto mese di gravidanza si soffre perché mi mostro debole, non dovrei esporre troppo quel vivere reale fatto dei miseri problemi che circondano la gente e le donne. La summa di quei piccoli particolari (scuole con orari che non vengono incontro, costi del pubblico superiori al privato, riunioni convocate senza tener conto delle esigenze lavorative dei genitori e via crescendo), che finiscono con far chiedere a una coppia se non sarebbe più conveniente che uno dei due ‘stesse a casa’ (ché lo stipendio medio in Italia si aggira sui 20 mila e non sui 30).

E’ giusto che Nicco dica che ‘Papà fa l’editore, e mamma gli tiene i contatti e i conti‘; riproduce nel lavoro quel che faccio per lui: pagare l’atletica, andare alle riunioni scolastiche, stabilire tempi e impegni della giornata.
Di per me, continuerò a non rispondere alle mamme dei compagni di scuola che hanno Fabrizio come referente ma chiamano me per parlare con una ‘donna’, e fare le lavatrici fra le sei e le sette, che il costo di una colf con contratto e contributi si aggira sui 70 euro a mezza giornata e non 36, e che la dignità mia e sua ce la costruiamo con rispetto dei reciproci diritti. Personalmente il rispetto me lo guadagno per le banalità che compio ogni giorno a casa e lavoro, lavatrici comprese, e non attraverso un immagine forse più attraente, ma ben distante dalla realtà del vivere quotidiano.

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