Regole e responsabilità, amiche o antagoniste?

Dopo aver espresso le mie perplessità sull’obbligo di ‘ritirare’ personalmente i figli a scuola, ho ricevuto, a voce, diverse risposte che mi hanno spinto ad approfondire.

C’e chi mi ha indicato una differente concezione del figlio come bene (in termini affettivi) e valore da proteggere da cui non ci si aspetta un ritorno, contrapposta a quella di cinquant’anni fa in cui la prole era una risorsa e un investimento anche in termini di produttività. Altri si sono concentrati sul concetto di responsabilità dell’adulto verso il minore non dotato di autonomia, e quindi personalmente non responsabile.

Un’amica insegnante ha parlato della responsabilità dei genitori di verificare la presenza scolastica, rimandando ad altri momenti (quando non sia coinvolta la scuola) il compito di educarlo ad un’autonomia sempre maggiore; questa considerazione a dir la verità mi ha spinto ancor più a pensare che il discorso riguardi più che la responsabilizzazione dei genitori, la de-responsabilizzazione dell’istituto scolastico in caso di grane. L’amica ha chiosato raccontandomi che nella scuola media dove insegna per contrastare l’abbandono scolastico si è scelto di obbligare i genitori a portare e venire a prendere i figli fino a 14 anni.

Ne ho poi parlato con un’altra ex-insegnante, che si è indignata per questa soluzione che non affronta le cause della dispersione scolastica ma ‘scagiona’ la scuola dalle sue responsabilità e eventuali incapacità di coinvolgere e studiare un percorso per quel 0,70% circa di studenti che abbandonano nel corso delle medie (fonte INDIRE). Se il genitore non è partecipe del percorso scolastico del figlio, questo non frequenterà l’istituto; se il genitore collabora esclusivamente facendo il servizio-taxi e la scuola non affronta la situazione di disagio, il figlio potrebbe andare ad arricchire quel 20% (contro una media europea del 10%, sempre INDIRE) che non arriva al diploma. Ma la ‘regola’ è rispettata. La regola non è in grado di incentivare una riflessione qualitativa sul lavoro svolto. Anzi: deresponsabilizza l’istituto scolastico per cui la lotta alla dispersione scolastica è valutata in termini di quantità di crocette di presenza da apporre sui registri nel corso dell’anno.

La regola deresponsabilizza?

Frequentando un carcere da una decina di anni, il tema della norma e del suo rispetto emerge prepotentemente ogni volta che si rifletta sul senso delle attività proposte. Qualche anno fa Franco Corleone, Garante dei diritti delle persone recluse di Firenze, aveva evidenziato la necessità di incentivare quel minimo spazio di autonomia decisionale che resta ad una persona reclusa, in un luogo dove tutto è deciso e si richiede il rispetto di infinite norme che regolano anche l’aspetto più banale della vita quotidiana.

L’uomo (e il bambino) può imparare a prendere decisioni su se stesso e ad agire nel rispetto dei valori della società solo nello spazio di libertà necessario per operare una scelta. Non è il rispetto della regola, quanto l’adesione spontanea ai valori che essa rappresenta a essere giustizia (F. Reggio, Giustizia dialogica. Luci e ombre della Restorative Justice): se le regole definiscono ogni campo della vita, e l’unico dovere è rispettarle, l’individuo si adatta pedissequamente, e non si può elaborare capacità di giudizio.

Infine, una risorsa per la riflessione sull’importanza delle regole è il saggio Regole, Perché tutti gli italiani devono sviluppare quelle giuste e rispettarle per rilanciare il paese, di Roger Abravanel e Luca D’Agnese: non ho ancora avuto il piacere di leggerlo, ma ha una interessante community su Facebook che propone quotidianamente spunti di riflessione.

E adesso vado a comprare il libro!

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