Aborto

Uno dei problemi dei pronto-soccorso ai giorni nostri è che tutto è organizzato per funzionare più velocemente e praticamente possibile: come una catena di montaggio, in cui ogni ingranaggio conosce perfettamente il suo compito, e poco sa di quel che è successo prima o succederà dopo.
Tu entri (sei in una città molto distante dalla tua, e sei sola: per un caso sei riuscita a farti indicare un posto fidato dove andare, ma non conosci nessuno) e parli con una signorina, e le spieghi quel che è successo.
Il momento seguente ti trovi a una scrivania, dove una gentile infermiera ti chiede la data delle tue ultime mestruazioni, poi ti dice la presunta data di nascita, e se vuoi anche il giorno in cui comincia l’astensione obbligatoria dal lavoro. Sorride. Ti dice che il foglietto stampato te lo lascia, per ricordo. Confusamente pensi che se sei lì è perché qualcosa non va, che tanto entusiasmo forse è inopportuno, ma devi passare al livello seguente, quello più importante.

La ginecologa che fa l’ecografia ti fa capire subito che alle domande devi rispondere, non farle. E’ molto professionale. Quando la sonda va nel posto giusto riconosci subito quell’esserino che ha testa, corpo, gambe a penzoloni e quasi ti pare di vedere un braccio sul petto. Forse è fantasia. Il fatto è che sai benissimo che sotto l’immagine c’è una linea retta, e un rumore di fondo confuso, di televisore non sincronizzato. Di solito quel rumore prende a trasfomarsi in un continuo ‘pow-pow-pow-pow’, che quasi ti fa venire le lacrime agli occhi, e la linea prende a danzare.
Però prima che tu metta a fuoco il tutto, la dottoressa passa sull’ecocolor, si vedono i colori blu e rosso: è il flusso del sangue. Riconosci il percorso del cordone. Però, di nuovo, visto che non è la prima volta, vedi che il colore si ferma al termine del cordone e non va oltre. Di nuovo non metti a fuoco i pensieri che la dottoressa ti chiede se hai figli e quanti anni hai. In verità quando ti dice che sei ancora giovane hai già capito che ciò che hai visto è solo l’ombra di quel figlio che ti faceva tanta paura avere, ma per cui avevi già comprato la lana per i primi golfini.

Esci di lì e chiami il tuo uomo a cinquecento chilometri di distanza: spieghi tutto con calma e razionalità, gli dici che non era proprio il momento giusto, che è tutto esattamente come dicevi tu (sentendoti un po’ in colpa perché lui invece ci aveva creduto e sperato dal primo istante). Gli dici che non hai paura di niente, e bisogno di nessuno. Che se non fosse stata solo un’ombra allora sì, sarebbe dovuto venirti a prendere, ma che visto che non c’era più nulla da fare, tornartene a casa da sola sarebbe stato il male minore. Che andava tutto bene. Che tutto era a posto. Finché sta dentro siete entrambi al sicuro, pensi.

Poi la notte ti svegli che hai le contrazioni come se dovessi partorire. In realtà sono meno forti ma c’è più nausea: è un dolore continuo. Visto che sai che è solo un’ombra cerchi di dormire e di nascondere tutto nell’incoscienza del sonno. Sei completamente rincoglionita quando prendi un asciugamano, e poi un altro e infine un terzo, sai solo che vuoi che quel momento passi più in fretta possibile.

Poco dopo -è già mattina- ti alzi per il dolore e ti rendi conto che l’ombra sta uscendo, che è bianca, piccola, ma completa: la testa, il corpicino, e le braccina conserte sul petto.
Non sei a casa tua, e ti ritrovi a coprire le tracce del tuo passaggio lavando il pavimento con l’amuchina con cui prima disinfettavi le verdure per non prendere infezioni.
Le ultime cose che ricordo sono me china in bagno con un barattolo di Multicentrum Materna con acido folico (per la corretta crescita del feto) che snocciolo un rosario di pillole nel cesso, recitando un silenzioso ‘vaffanculo’ per ogni ‘tonf’ nell’acqua.

Quattro chili in meno e mezz’ora dopo ero di nuovo al pronto soccorso, dove non c’era la dottoressa consigliata, ma mi regalavano un pacchetto di assorbenti post-parto e mi dicevano di farmi vedere dal mio medico curante. E poi c’è Fabrizio che mi viene a prendere per portarmi dal medico curante a cinquecento chilometri di distanza, facendo la via crucis più pesante della nostra vita, sostando in ogni autogrill presente sulla Roma-Livorno-Genova e parlando di quintadicopertina, di TAG semantici e di informazione digitale.

5 thoughts on “Aborto

  1. …. A Noi donne accade anche questo. Solo che ancora se ne parla poco. C’è una sorta di pudore o di vergogna o di omertà… che poi non ci aiuta anzi ci ingabbia… pietrifica i sentimenti e ruba la forza…
    Adesso il tuo cuore deve trovare un po’ di calore e un po’ di bellezza….

  2. Cara Maria Cecilia,

    ho vissuto la stessa tua vicenda dal lato del tuo compagno. Più volte in tempi recenti.

    Non ho nulla da aggiungere a quanto hai avuto il coraggio di scrivere tu.

    Vorrei ringraziarti però, per averlo fatto.

    E, per quanto sia possibile attraverso la rete, essere vicino a te e a lui. Ma di più a te.

    Noi uomini non ce la facciamo ad accedere così dentro alla fonte del vostro cuore.

    Un abbraccio vero,
    Mauro

  3. Como no entiendo italiano escribire en español.
    Dire que tu maria cecilia haces un magnifico trabajo.
    Permiteme expresar mi opinion respecto al aborto.
    Cuando Dios creo al hombre , del barro lo creo, y cuando le dio la vida ,le soplo aliento de vida en su nariz.
    Del aliento de Dios esta hecho el hombre.
    Por eso el hombre tiene su cuerpo animal y su parte divina por el aliento de Dios.
    Luego Dios nos dice:
    no mataras,porque a IMAGEN DE DIOS ESTA ECHO EL HOMBRE.
    Por eso considero que el aborto es algo terrible para la mujer porque la daña, fisica y psiquicamente aunque ella crea que no paso nada.Creo que es algo terrible ,para ella y malo porque le crea un daño espiritual que realmente solo ella puede saber.
    saludos

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