Basta un click per essere più buoni?

Essere attivisti in rete adesso è facile per tutti, strumenti semplici ed economici sono a disposizione di tutti.

Ma il gioco è così semplice? Un articolo del Post mette in guardia contro ‘i rischi dell’attivismo da clic’, riprendendo un’analisi proposta sul Guardian da Micah White. L’autore riporta alcuni meccanismi che tendono a mettere in secondo piano il passaggio e la diffusione dei contenuti, per finire a ragionare solo sui numeri: ‘barattando la sostanza dell’attivismo con banali luoghi comuni dal sapore riformista che ottengono buoni risultati nei test di marketing’. Per aumentare una partecipazione -certof visibile ma chissà quanto penetrante- riduco al minimo le richieste di dati per l’iscrizione a campagne, catene o petizioni, mi accontento di nick, facilito le iscrizioni, semplifico le procedure.

Qualche accorgimento frutto di psicologia spiccia applicata al web marketing mi consente di giocare su termini che so essere sensibili per il mio pubblico: ‘entra a far parte del gruppo’, ‘prenditi cura del mondo‘, ‘agisci attivamente, non stare a guardare‘ (mettendo un nick in un elenco? Boh).

Potremo correre il rischio di ritrovarci con centinaia di migliaia di fan che non hanno il minimo interesse ad approfondire quello slogan che ha fatto presa, ma cui poco interessa quel che c’è dietro. (come è accaduto in questo caso riferito al mondo editoriale). E poi è comodo dire al responsabile di una campagna di aver raccolto settecento mila fan.

Maria Luisa Strofa ragiona sull’utilizzo dei personaggi famosi nelle campagne di sensibilizzazione sociale, e unisce alle ‘frasi scontate‘ i testimonial noti come binomio inscindibile della comunicazione Made in Italy. E il mondo della comunicazione sociale non ha voluto essere da meno, scimmiottando ingenuamente grandi le grandi campagne di marketing. Poco importano le competenze di Michelle Huntzinker o Renato Pozzetto sule modalità di trasmissione dell’HIV, o Christian De Sica e Dj Linus che ti dicono che ‘quando guido io non scherzo‘. Il volto è noto, l’aggancio’ del lettore immediato, e il clic probabilmente ce lo guadagnamo, e così la partecipazione ad una campagna dove, in rete, io lettore posso abbinare il mio nome a quello di un personaggio famoso, e sapere che ‘noi due’ combattiamo per la stessa causa.

Forse la comunicazione più efficace è quella che si fa notare meno, quella che riesce a parlare con i propri interlocutori, a farli parlare, e ad ascoltarli. Come dice Massimo Mantellini, che aggiunge ‘sacralità al punto di vista delle persone in rete’. E se si provasse a mettere da parte slogan e testimonial, avendo il coraggio di riproporre storie ed esperienze? La comunicazione sociale potrebbe riprendersi in mano una funzione primaria di informazione e trasmissione di contenuti, che sarà più difficile, ma forse più efficace.

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