#Uweb 3- Siamo makers o artigiani?

Pubblicato il 07/12/2012

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Una questione di linguaggio
Ai convegni si parla di innovazione, finanziamenti, start-up, business plan & angel,
cultura e informazione. Poi si torna a casa, si intravede dal finestrino un panorama desolante: verrebbe da chiudere le tendine e non pensarci più.
Alla sede di Confindustria a Reggio Calabria sabato mattina si è provato a spogliare il linguaggio, per tornare a una terminologia essenziale. Forse più cruda e aspra, forse concreta e veritiera.
Uno dei promotori della piattaforma IBAN, “i business angel network”, utilizza come spunto del suo discorso l’assunto che “il termine start up nasce dal fallimento di venticinque anni di politiche di sostegno alle imprese e alla creazione di impresa”. Per evitare di dover fare autocritica e costruire una progettualità diversa, si è direttamente cambiato il nome. Difficile andare lontano se non si impara dall’esperienza.

“Vi sentite makers o artigiani?” chiede ironicamente Alessio Neri ai relatori (oltre a me, Angelo Marra, presidente Giovani Industriali Reggio Calabria, Daniele Grassucci, CEO e founder di skuola.net, Domenico Nicolò, prof. di Economia Aziendale presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria e founder del network “Calabria Dinamica. Mediterranean Start up”, Valentina Dessì e Domenico Rota, founders di iovogliotornare.it e Alfredo Fortunato, economista, coach del progetto Kublai). Come dare un po’ di concretezza a termini quali start up, competitor, business plan, soprattutto nei settori della comunicazione e dell’informazione che vedono utili in calo drammatico e attori alla ricerca di quel beneamato ‘modello’ capace di far rientrare nei costi iniziative culturali e informative?

megafonoQuando il ‘Pubblico’ non solo non sostiene ma affonda
Disillusione e difficoltà non impediscono di coltivare determinazione ed energia. La disillusione è tutta volta verso il settore pubblico, gli ostacoli e le difficoltà che esso pone per fare impresa. Che, quando apparentemente aiuta le imprese nascenti, lo fa per aiutare se stessa, con finanziamenti legati al compimento di attività che qualsiasi impresa rifiuterebbe perché destinati a far fallire l’azienda stessa.
Un esempio personale: la Provincia della mia città mi offrì all’interno di un bando per sviluppare l’imprenditoria femminile un finanziamento a tasso agevolato per pagare l’affitto di una struttura di sua proprietà, un capannone semi-industriale (quando a noi serviva uno sgabuzzino dove piazzare due computer e una sala riunioni decente dove invitare i clienti), in una zona disagiata e malamente connessa con i mezzi pubblici, a un prezzo superiore a quello del mercato. Decidemmo di non farci aiutare. Molti dei presenti hanno ben chiara l’immagine della piana di Gioia Tauro, a testimoniare che spesso anche i finanziamenti a fondo perduto distribuiti ‘a pioggia’ rischiano di essere controproducenti.
Di cosa avremo bisogno allora, noi testardi inaccontentabili? Parliamo di micro-imprese oggi, di quelle spesso sorte come risposta a una impossibilità di trovare lavoro, a una necessità di ‘arrangiarsi’, e possibilmente in maniera legale. L’Assessore alla Cultura e Legalità della Provincia di Reggio, Eduardo Lamberti-Castronuovo, ricorda con un pizzico di campanilismo la creatività dei ‘napoletani’, che si sono intentati la figura del ‘riordinatore di biblioteche’: persone che vengono a casa tua e ti mettono in ordine la tua libreria personale, e tornano poi per mantenerla facendoti pagare in proporzione alla tua capacità di non mettere in disordine.
Micro-imprese che spesso poggiano su pochi soci che si mettono in gioco in prima persona, ipotecando la casa e magari con qualche collaboratore da far crescere. I presenti parlano di se stessi come di imprese e non start up, di artigiani e non makers, e richiedono servizi concreti: luoghi fisici dove cominciare a lavorare, messi a disposizione gratuitamente o a basso costo, con connessione, stampanti, etc; assistenza nella redazione del business plan; commercialista gratuito per i primi due anni; consulenti per la ricerca di bandi e intepretazione di quelli europei; possibilità di investire sulle persone, e non solo su macchinari che diventeranno vecchi in un paio di anni; assistenza e formazione fiscale.

Il privato (socialmente) organizzato
C’è bisogno di “Ricostruire la catena del valore” dice Alfredo Fortunato di Kublai, far capire cosa dia senso a un’impresa, come finanziare progetti che creino effettivo valore. Il compito del pubblico dovrebbe essere mettere in relazione impresa e mercato, fornire servizi, infrastrutture, agevolazioni.
E quando il pubblico non lo fa, il privato si organizza. Nascono una serie di iniziative volte a tamponare le mancanze dello Stato. L’esigenza di lavorare in rete, di stringere sinergie, di accentuare le collaborazioni nasce anche da questo: creare un network di persone che condividano servizi che lo stato non dà per usufruirne collettivamente e spendere di meno. Il privato subentra allora nei fallimenti del pubblico: dalla costruzione di strade in Emilia, ai servizi, alle imprese, ai BA, all’ analisi dei bandi e comprensione delle loro inutilità, ai fondi europei restituiti.

Un paio di esempi di persone che lavorano per ricostruire la catena del valore.
Domenico Nicolò è un professore di Economia Aziendale dell’Università Mediterranea di Reggio, considera parte fondante del suo lavoro il confronto continuo con i suoi ragazzi, laureandi e laureati, che sottopongono progetti di impresa, gli chiedono consigli e valutazioni. Se il progetto è buono, il professore dà tutta la sua disponibilità a seguirlo nelle prime fasi della sua realizzazione. “La crisi non passa, si supera”, dice davanti alla platea, spiegando che quando questo momento di transizione si sarà evoluto, ci troveremo davanti a un mercato del lavoro profondamente diverso da quello che conosciamo. Non è possibile stare seduti a bordo del fiume guardando l’acqua scorrere e aspettando che il momento passi, bisogna intervenire per far scorrere l’acqua più velocemente. In quale direzione lo scopriremo fra qualche anno.
Fra le sue ‘grinfie’ è passato un giovane imprenditore locale, che ha da poco aperto una azienda di prodotti contenenti bergamotto, pianta locale, che adesso produce liquori, amari, liquirizie e sciroppi di bergamotto per tutti gli usi .
Insomma sono riusciti a partire.
Il Professore si è reso conto che grazie alla rete avrebbe potuto offrire il suo supporto a un numero più ampio di persone, e ha messo su il sito di startup media Lab, piattaforma dove mette a disposizione tutte le sue compentenze. Attraverso linkedin, facebook e altri social network sviluppa anche una rete di contatti e di discussioni per mettere in sinergia diverse forze ed esperienze.

Valentina dessi e Domenico Rota, di Castrovillari in provincia di Cosenza, emigrati rispettivamente a Bologna e Milano, hanno creato la piattaforma ‘Io voglio tornare’: un progetto solo apparentemente dedicato a quanti siano emigrati in altre regioni (non importa provenienza e destinazione).
In realtà lo scopo è più ampio: mettere in rete tutti coloro che abbiano un’idea di impresa e dar loro l’opportunità di trovare partner interessati, sviluppare legami sul territorio per prepararsi all’apertura.
Una parte importante sarà rappresentata dalla presentazione e organizzazione dei bandi disponibili in ogni regione d’Italia, dei loro meccanismi e delle richieste. Come dice Daniele Grassucci di Skuola.net è sempre consigliabile essere aggiornati su tutti i bandi disponibili in tutto il territorio, per poter cogliere le opportunità meno visibili, ed essere disponibili a spostarsi dove c’è quello che serve per sviluppare il proprio progetto. Loro lo hanno fatto, vincendo un bando a Torino e trasferendosi da Roma alla nuova sede. Daniele di sé dice “Sono il figlio di un’operaio e di un’insegnante: ho creato un’azienda. Oggi anche attraverso la rete è stato possibile”.
Nonostante tutto, tenacia e speranza prima di tutto.

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